giovedì 6 agosto 2015

Il sistema Canon FD


Con questo lavoro ho riportato alla luce lo splendido sistema fotografico che Canon condannò brutalmente all'estinzione nel 1987:


Il sistema Canon FD



Esso fu spazzato via dall'avvento dell'attuale sistema EOS che venne reso volutamente incompatibile col sistema precedente tramite l'adozione di un nuovo innesto, un maggiore tiraggio  ed obiettivi controllati elettronicamente, in modo da essere sviluppato senza vincoli verso tecnologie del passato, ma non per questo peggiori .

Nel corso degli anni ho raccolto una grande mole di informazioni che mi ha permesso di raccontare la storia di questo notevole sistema fotografico, che fu il più completo e maturo fra tutti quelli prodotti dalla marca giapponese; esso vanta macchine, obiettivi ed accessori ancora oggi insuperati.


La trattazione è stata ripartita su più pagine, per rendere più agevole la consultazione:
  1. In questa pagina la descrizione delle telemetro prodotte dagli inizi sino al 1968, con una breve storia della Canon.
  2. In questa pagina la descrizione del sistema Canonflex, primo sistema reflex prodotto da Canon nel 1959.
  3. Nella presente pagina la descrizione di tutti i modelli reflex prodotti nel sistema FL e nel sistema FD, con l'esclusione delle ammiraglie.
  4. In questa pagina la descrizione della prima ammiraglia FD, la F-1 del 1971.
  5. In questa pagina la descrizione della seconda ammiraglia FD, la new F-1 del 1981, con gli accessori per macrofotografia. 
  6. In questa pagina la descrizione dell'ultima ammiraglia FD, la T90. 
  7. In questa pagina la descrizione dei migliori obiettivi FD.
  8. In questa pagina la descrizione di tutti i sistemi flash a partire dalle lampade al magnesio sino all'A-TTL della T-90.

Le altre macchine della serie T, ultime ad essere prodotte nel sistema FD prima dell’avvento del sistema EOS, verranno trattate sommariamente.
Questo perché esse riflettono l'avvento dell'orrendo design spigoloso degli anni 80, ma anticiparono anche l'impostazione produttiva odierna, basata sull'uso massiccio dell'elettronica e della plastica; per quanto mi riguarda la scelta produttiva basata su plastica e display lcd è letteralmente un'oscenità.

Oggi le macchine della serie T di categoria inferiore (T50-T60-T70-T80) si trovano sul mercato per poche decine di euro quando per una nuova F-1 in ottime condizioni non ne bastano 400, senza contare che la T90 è una macchina che (purtroppo) col passare del tempo ha dimostrato di avere dei punti deboli.

Farò inoltre una descrizione particolarmente accurata delle due vere ammiraglie della serie F (F-1old ed F-1new); tale descrizione sarà basata su documentazione storica in mio possesso, sulle mie esperienze personali di utilizzo; sarà integrata con fotografie di repertorio, ma anche con foto fatte da me, per illustrare caratteristiche che normalmente restano ignote ai più.
Utilizzerò informazioni tratte da rari cataloghi e brochure dell’epoca e tutto ciò che sono riuscito a raccogliere in merito.

E' un lavoro corposo che è durato otto anni: oltre alle mie esperienze personali le altre fonti di informazione sono un libro di Bruno Palazzi del 1986 “Il libro Canon” edito da Cesco Ciapanna ormai fuori catalogo, ed il famoso sito “Photography in malaysia" attualmente ultimo punto di riferimento (in lingua inglese) per il sistema FD anche se ormai è un sito morto, infine, il sito Canon Camera Museum che molti di voi già conoscono, noto per le sue inesattezze.
Altre preziose fonti di notizie sono articoli su riviste degli anni 70 ed 80 e due preziosi libri editi in tiratura limitata da Canon nel 1972 e nel 1982 relativi alle due F-1, oltre la brochure relativa al sottosistema macro.

Nella parte sugli obiettivi ho segnalato gli articoli tecnici molto apprezzati dell'amico Marco Cavina.

Questo è l'elenco di tutti i modelli prodotti da Canon oggetto di questa rassegna:




Ciò che mi piace credere interessante di questo lavoro, non è tanto la sua originalità: in fin dei conti il materiale che ho raccolto è di pubblico dominio (anche se molti dettagli sono sconosciuti); semplicemente ho deciso di riunire le informazioni, molte delle quali in inglese, per renderle disponibili a tutti, tradotte in italiano in modo da creare un punto di riferimento per gli appassionati delle vecchie fotocamere Canon, che vivono ancora nei nostri cuori e sono ancora capaci di regalarci grandi emozioni.

Ringrazio sin d'ora:

  • L'amico Marco Cavina per il costante aiuto e la preziosa consulenza.
  • Il professor Vicent Cabo per avermi permesso la pubblicazione dei suoi inediti schemi ottici.
  • Chris Rollinger, fondatore del sito (chiuso da anni)  CanonFD.com, per avermi inviato tutto il materiale in esso contenuto dopo la chiusura.
  • Ryuichi Watanabe, titolare del negozio di fotocamere analogiche italiano, New Old Camera a Milano per la collaborazione e la simpatia travolgente.









Nascita del sistema FL.
Canon FX

(produzione 270.000 pezzi, dal 1964 al 1966)







La prima Canon della serie F fu la FX, e nacque nel 1964.

La FX era dotata di pentaprisma fisso, slitta porta-accessori e leva di carica superiore, dotata anche di esposimetro con fotoresistenza CdS (al solfuro di cadmio).

L'otturatore a tendina gommata permetteva tempi di 1/1000, posa B, tempo sincroX di 1/50" ed accoppiamento all'esposimetro, che era di tipo esterno (non TTL) sistemato dietro una finestrella sulla calotta superiore.
Il dorso incernierato si apriva tramite una levetta a chiavistello posta sul fondello.

La FX era dotata di autoscatto, azionabile con una leva posta a lato dell'obiettivo; un'altra levetta sul lato opposto consentiva di alzare lo specchio in modo da montare l'obiettivo grandangolare da 19mm f/3.5,che fu prodotto in due versioni.

Il primo, incompatibile col sollevamento dello specchio a causa della sporgenza del gruppo ottico posteriore, andava usato con un mirino ausiliario. Oggi questo obiettivo è piuttosto raro, e molto quotato fra i collezionisti, di cui potete vedere un esemplare qui:



L'altra versione, riprogettata per la prima volta al mondo con schema retrofocus (teleobiettivo invertito), da cui la denominazione "R" fu concepita per l'uso su tutte le reflex, essendo stata eliminata la sporgenza del gruppo ottico posteriore:





Con questa macchina nacque ufficialmente il sistema di obiettivi FL, che per la prima volta era ragionevolmente ampio rispetto al  precedente sistema canonflex (circa venti elementi), fornendo anche ottiche di pregio e colmando la lacuna nel settore grandangolare  che prima si fermava a 35mm.

Con il nuovo innesto fu mantenuta la geometria del sistema R, ma cambiato il sistema di riapertura del diaframma dopo lo scatto:  fu comandato da una molla posta dentro l'obiettivo invece che dal ritorno dello specchio come sulla Canonflex. Questo fece sì che obiettivi R (Super Canonmatic) potessero essere montati su baionetta FL (ed anche FD) ma dovevano essere usati in stop-down, in quanto il diaframma non poteva più riaprirsi automaticamente dopo lo scatto.  Questa modifica si rese necessaria sia per semplificare la costruzione, ma sopratutto perché avrebbe permesso in futuro lo sviluppo di automatismi di scatto come la priorità di diaframmi oppure la raffica motorizzata, ma tagliò di netto lo sviluppo del sistema Canonflex, che quindi morì con la nascita del sistema FL.

Il sistema di obiettivi FL, di cui non ho mai parlato, derivò direttamente dagli obiettivi Canonflex, che furono modificati per essere adattati alla nuova baionetta: a parte il secondo anello diaframma che fu eliminato perché l'anteprima della profondità di campo ora era situata sul corpo macchina, tutto il resto è assolutamente identico, compresa la struttura meccanica e l'aspetto estetico.

Le aggiunte agli obiettivi FL furono l'anello di comando del diaframma con due sbalzi dentellati per favorire la manovra, un secondo anello che permetteva di lavorare in stop-down, sostituito sui tele e sull'unico zoom da un pulsantino; per il resto sono una copia carbone degli obiettivi R.

Dopo il fallimento del sistema Canonflex fu chiaro che per vincere sulla concorrenza era necessario sviluppare ex-novo un intero sistema fotografico dotato di tutte quelle caratteristiche che la concorrenza forniva ormai da tempo.
Il sistema FL quindi fu un sistema di transizione, approntato con materiale recuperato ed adattato per tamponare le richieste del mercato mentre segretamente si studiava per sviluppare il sistema FD. Ecco perché le macchine FL sono macchine poco interessanti, prive di un reale valore di ricerca tecnica. Furono il ripiego temporaneo per dare tempo alla canon di sfondare sul mercato con il sistema FD.



Canon FP

(produzione 50.000 pezzi, dal 1964 al 1966)






La Canon FP, immessa sul mercato pochi mesi dopo la FX, di cui era una versione semplificata, non era dotata di esposimetro.

Era infatti previsto un esposimetro esterno, da montare sulla slitta accessori; tale strumentino non ebbe gran successo perché costava caro ed i tempi erano cambiati visto che altre marche proponevano già fotocamere dotate di esposimetro TTL, ossia con lettura attraverso l'obiettivo, che è il concetto usato tuttora:



 Ed ecco tale esposimetro in una rara illustrazione:





lo stesso esposimetro sulla pubblicità di una rivista italiana, dove tra l'altro si legge che la FP costava 120.000 lire.




Canon Pellix e Pellix QL

(produzione 35.000 pezzi e 76.000 pezzi, dal 1965 al 1970)




Canon Pellix


Canon Pellix QL




Questa macchina aveva una particolarità: lo specchio non era ribaltabile come in tutte le reflex, ma fisso e semitrasparente, costituito da una pellicola dello spessore di 2/100 di mm, molto delicata, da cui derivò il nome della fotocamera.

Tale pellicola purtroppo sottraeva una parte di luce utile ai fini dello scatto (circa 1/3 stop) con un ulteriore problema dovuto alla non perfetta industrializzazione di questo componente: la fluttuazione dell'assorbimento da modello a modello.
Inoltre la pellicola era soggetta a graffi e danneggiamenti, e lo sporco depositato su di essa finiva immortalato nel fotogramma, infine l'immagine più scura nel mirino (non di molto a dire il vero, specie confronto ad oggi) e l'esposizione afflitta dalla sottrazione di luce da parte della pellicola resero il modello un insuccesso commerciale.

Le intenzioni tuttavia erano meritorie: la Pellix era dotata di tendine in titanio (per la prima volta in casa Canon), esposimetro ribaltabile TTL semispot circa 10% situato tra la pellicola e l'otturatore.
Una macchina decisamente più moderna delle precedenti.

Purtroppo però l'industrializzazione di questo modello fu compiuta in modo infelice: Canon aveva intrapreso una strada interessante, ma la messa in pratica fu troppo approssimativa.

La misura dell'esposizione infine non era automatica come siamo abituati ad averla oggi, infatti occorreva puntare sul soggetto mantenendo premuta la leva dell'autoscatto che provocava contemporaneamente la risalita della fotocellula alloggiata sulla base del box specchio e la chiusura del diaframma al valore impostato, quindi manovrare il diaframma (o la ghiera dei tempi) per fare collimare l'indice presente nel mirino collegato all'esposimetro con un riferimento fisso a forma di cerchietto; il secondo indice mobile collegato al diaframma (detto collimatore) fu introdotto succesivamente, sul sistema FD, mentre sul sistema FL il diaframma non era accoppiabile all'esposimetro.

Questa manovra oggi sarebbe giudicata scomoda, ma in realtà è rapida perché la leva di azionamento è collocata in posizione ergonomica; l'unico neo è il rabbuiamento del mirino, ma è cosa da poco, visto che l'operazione è volta esclusivamente alla misura esposimetrica.

Altra caratteristica interessante era l'otturatore dell'oculare collegato alla ghiera sinistra (usata sia per accendere l'esposimetro che per controllare la carica della batteria), introdotta non per evitare di disturbare l'esposimetro, ma per evitare che la luce proveniente dal mirino potesse creare flare sulla pellicola riflettente, rovinando lo scatto.

Insomma, considerando l'anno di nascita possiamo dire che si trattase di una macchina tecnicamente all'avanguardia.

Naturalmente il diaframma funzionava in preselezione, ossia rimaneva a tutta apertura per le operazioni di messa a fuoco e composizione, chiudendosi al valore impostato al momento dello scatto, prerogativa del sistema FL introdotto nel 1964 con la serie F.

Nel 1966 fu introdotto il modello Pellix QL dotato per la prima volta di un interessante sistema rapido di caricamento della pellicola (Quick Loading) che potete vedere illustrato qui:


Tale sistema, ingegnoso, ma complesso nella realizzazione, permetteva di caricare la pellicola semplicemente appoggiando il lembo dell'esca su un riferimento e chiudendo il coperchio in quanto l'automatismo composto da un rocchetto con tamponi gommati avrebbe automaticamente avvolto l'esca.
Inoltre la Pellix QL aveva la leva per l'azionamento dell'esposimetro bloccabile in sede ed una sensibilità estesa rispetto al modello precedente.

Era inoltre possibile montare un esposimetro supplementare, denominato "Canon Booster":




ideato per estendere la sensibilità di accoppiamento con tempi più lenti di un secondo.

Esso leggeva la luce tramite la fotocellula della Pellix, mediante un connettore bipolare, e fu dotato pure di scala retroilluminata, per eseguire letture al buio.

Tale esposimetro fu concepito inizialmente per il modello QL (non può essere applicato alla pellix) e successivamente esteso alle FT-QL ed FTb-QL.

Garantiva la possibilità di accoppiare l'esposimetro per tempi lenti, a seconda della fotocamera usata:

Modello FT-QL: da 1/60" sino a 30"
Modelli FTb-QL e Pellix QL: da 1/30" sino a 60"

con possibilità di selezione di pellicole da 12 ASA sino a 12800 ASA.

Funzionava tramite due pile PX675 con circuito a ponte (lavora quindi anche con le odierne pile da 1,5V) ed una terza pila, rimossa dalla fotocamera per connettere il cavo di lettura per la fotocellula, trovava alloggiamento sopra il vano pile alimentazione (nella sede del connettore, usando il tappo pila della fotocamera) e permetteva la retroilluminazione della scala tramite un pulsante rosso frontale.

Esso fu l'antesignano del ben più sofisticato Booster T finder montato in seguito sulla prima F-1.

Qui potete vedere una rara pubblicità italiana della pellix (notare come usassero un nome maschile "il reflex"):



Esclusivamente per la Pellix fu presentato nel 1964 un particolare obiettivo FL: il primo obiettivo 38mm F/2.8 FL-P panfocus :




Tale obiettivo, soprannominato "pancake" era caratterizzato da un profilo basso, che rendeva la fotocamera molto compatta.
Purtroppo a causa della sporgenza del gruppo posteriore non può essere utilizzato su nessuna altra macchina FL o FD.

Una considerazione personale: posseggo una pellix del 65, equipaggiata proprio con il panfocus 38/2.8 ed è una macchina leggera, facile da usare, silenziosa allo scatto e sopratutto discreta.
Probabilmente all'epoca non fu capita anche perché la concorrenza vendeva già macchine con esposimetro accoppiato ai diaframmi oltre che funzionante a tutta apertura; a mio avviso si tratta di una macchina molto interessante, sia da usare, sia da collezionare.


C'è da dire che purtroppo su tutte le macchine FL il pentaprisma venne fissato in posizione tramite staffe su cui venne interposta una gommapiuma espansa, la stessa usata per il battispecchio e le guarnizioni del vano pellicola. Tale materiale disgregandosi col passare degli anni aggredisce la pitturazione protettiva del pentaprisma, facendo comparire due antiestetiche macchie nel mirino. Solo con l'avvento del sistema FD il pentaprisma venne rifasciato con una pellicola il polietilene ad alta densità, cosa che risolse definitivamente il problema.

Oggi quindi è praticamente impossibile trovare una macchina FL priva di questo difetto.

La produzione della Pellix tuttavia non durò a lungo, i tempi erano maturi per il primo, vero cavallo di battaglia della Canon, la FT-QL.


Canon FT-QL

(produzione 550.000 pezzi, dal 1966 al 1971)










Questa macchina, lanciata nel 1966, era caratterizzata dall'essere pratica e razionale, di facile impugnatura, con i comandi disposti in modo intuitivo, per questo fu un grande successo commerciale.

Per la prima volta l'esposimetro catturava luce attraverso la lente condensatrice, come si puo' vedere in questo schema:



Tale sistema sarà poi adottato sulle ammiraglie della futura serie F.

Anche per questa macchina era possibile utilizzare il booster per incrementare il campo di accoppiamento dell'esposimetro, che doveva essere usato sempre tramite il consueto sistema della leva dell'autoscatto.

Il sistema di caricamento rapido QL fu adottato anche sulla FT.



Canon TL

(produzione 55.000 pezzi, dal 1966 al 1971)


Introdotta nel 1968 era una versione semplificata della FT QL.

Come tale disponeva di tempi di scatto limitati ad 1/500", era priva di autoscatto, ma dotata di sistema di carica quick loading, che sembra sia stato introdotto solo sugli ultimi modelli prodotti.

L'esposimetro CdS funzionava solo in stop-down come sulla FTQL con un campo rilevato del 12%.

Osservate come già nel 1968 l'offerta Canon per telemetro e reflex si configurasse come un vero e proprio sistema:






Canon EX EE





La EX EE, introdotta nel 1969, fu una macchina che segnò un importante punto di svolta, l'introduzione per la prima volta di due automatismi:

1) Determinazione automatica dell'esposizione
2) Introduzione della modalità a priorità di tempi.

Tuttavia aveva una caratteristica molto limitante: l'obiettivo in dotazione da 50mm F/1.8 era fisso, non intercambiabile come sulle precedenti reflex, ma era possibile svitarne la parte anteriore e sostituirla con tre aggiuntivi ottici acquistabili a parte, che portavano la focale a 35mm, 95mm, 125mm, di qualità non eccelsa, ma di buone prestazioni, con diaframma fisso nella fotocamera, che di fatto limitava non poco la distanza minima di messa a fuoco, che si attestava a 26cm per il 35mm ma 2,1m per il 125mm (quando normalmente un 135 ha una distanza minima di circa 1.3m).

Questa scelta fu fatta evidentemente per contenere il costo dell'intero corredo, cosa però che precludeva l'utilizzo di soffietti bellows, tubi di prolunga ed obiettivi specialistici.

Inoltre il diaframma incorporato nella fotocamera semplificava non poco i collegamenti con l'obiettivo, contenendo i costi.

Ecco un raro kit completo:


Qui illustrato in un opuscolo che mostra la configurazione prevista per la fotocamera:



Commercialmente la EX EE fu un discreto successo, sia per la forza del marchio, sia per il fatto che centrò l'esigenza di un pubblico non troppo sofisticato, desideroso di avere una fotocamera versatile, semplice da usare e non troppo costosa.

Il mirino della EX EE era abbastanza semplificato:


ed era munito di galvanometro che indicava il diaframma selezionato dall'automatismo a priorità di tempi (che era l'unica modalità operativa della fotocamera). Il sistema di messa a fuoco era basato sul classico cerchio di microprismi.

L'obiettivo era sprovvisto di ghiera per selezionare l'apertura del diaframma, che poteva essere tuttavia effettuata manualmente tramite un bottone coassiale alla ghiera di regolazione dei tempi.

L'otturatore arrivava fino ad 1/500" compresa la posa B ed il tempo sincroX di 1/60".



Canon EX Auto






Questa fotocamera, evoluzione della precedente, fu messa in commercio nel 1973, quindi prima di essa uscirono la F-1 e la FTb, ma ne parlo ora per continuità logica con il modello precedente.

Nella EX Auto fu introdotto in aggiunta agli automatismi del modello precedente per la prima volta il sistema CAT (Canon Auto Tuning) per l'uso del flash in completo automatismo.

Prima di allora l'uso del flash poteva essere fatto solo tramite calcoli basati sul numero guida, oppure usando regoli incorporati sui dorsi dei flash, sui quali bisognava riportare i valori impostati sulla fotocamera.

Il sistema CAT automatizzava completamente l'uso del flash, introducendo sul mercato la base dei futuri sistemi ATTL ed ETTL.

In pratica il flash colloquiava con la fotocamera, e permetteva quindi di lavorare senza dover compiere calcoli.

Ho personalmente sperimentato il sistema CAT: semplice, efficace e funzionale, spesso piu' degli attuali, complicatissimi sistemi ETTL-II.

Naturalmente sia la EX EE, che la EX EE Auto erano equipaggiate con il valido sistema di caricamento rapido della pellicola QL.

Ecco infine un raro esemplare del 125mm progettato per la EX EE:







Nascita del sistema FD. 

Canon F-1 (primo modello, detta oggi F-1 old)

(produzione 380.000 pezzi, dal 1970 al 1981)






La trattazione della F-1 si trova su questa pagina.




Canon FTb e la FTbN

(produzione 1.800.000 pezzi, dal 1971 al 1976)







La FTb fu prodotta a partire dal 1971 e costituì un perfezionamento della FT, a cui venne aggiunto come caratteristica principale il funzionamento a tutta apertura dell'esposimetro realizzato grazie alla nuova linea di obiettivi FD introdotti un anno prima.

Caratteristica notevole di questa macchina era il sistema chiamato SMS (Shockless Mirror System) che garantiva uno scatto praticamente privo di vibrazioni dell'otturatore. Questo sistema fu poi perfezionato ai massimi livelli sulla futura new F-1.
Inoltre fu introdotto il sistema CAT per la gestione automatica del flash.

Altre caratteristiche nuove erano lo spostamento del comando di sollevamento specchio, ora integrato nella leva dell'autoscatto, l'adozione di una slitta con contatto caldo per il flash e l'apertura del dorso tramite sollevamento del manettino di riavvolgimento ma senza bottone di sicurezza.

Nella seconda serie, denominata FTbN, ed introdotta nel 1973:




fu introdotta la visualizzazione dei tempi di scatto nel mirino, inoltre fu applicato un coperchietto a molla per proteggere la presa PC, e fu infine uniformata l'estetica della leva autoscatto/stopdown a quella della F-1 e della EF, per differenziarla dal vecchio stile delle macchine FL.

In entrambe la selezione di tempi fuori dall'accoppiamento dell'esposimetro provocava la risalita nel mirino di un segnalino rosso.
Sempre per entrambe le macchine il sistema di caricamento della pellicola era il consueto QL, inoltre era possibile l'utilizzo dell'esposimetro esterno Canon Booster, già utilizzato sulla Pellix

Per la prima volta però su una macchina amatoriale, si poteva effettuare la lettura delle luce con il diaframma a tutta apertura, che si sarebbe chiuso al valore impostato durante lo scatto.
Fu questo uno dei motivi dell'enorme successo commerciale della FTb.

Ecco invece una rarissima versione di FTb "cutaway" cioè con la scocca traforata per mostrarne l'interno a scopo dimostrativo:







Canon TLb

(produzione 120.000 pezzi, dal 1974 al 1975)





Introdotta nel 1972 era una versione semplificata della FTb, per cui il tempo di scatto minimo era stato ridotto ad 1/500, lo specchio non era sollevabile manualmente, era priva del sistema QL, e non era possibile controllare il livello di carica della batteria.
L'esposimetro inoltre era tarato su di una lettura media ponderata, invece che su di una semispot come sulla FTb, ed il pulsante di scatto era privo del sistema di blocco di sicurezza.

Si trattava di una macchina a funzionamento manuale, senza nessun tipo di automatismo.
Scelto il tempo di scatto, si doveva far bisecare il collimatore collegato al diaframma con l'indice del galvanometro per ottenere l'esposizione corretta.




Canon EF

(produzione 320.000 pezzi, dal 1973 al 1977)







Eccola nei depliants dell'epoca:





La EF fu un interessante modello uscito nel 1972 con diverse caratteristiche nuove: per la prima volta nella storia della Canon infatti si poteva avere:

1) Controllo elettronico (da cui la sigla EF).
Sebbene i microprocessori non fossero stati ancora adottati, vennero usati comunque componenti discreti miniaturizzati ed i primi cavi piatti flessibili per i cablaggi; qui potete vedere il commutatore esposimetro montato sul pentaprisma ed il circuito integrato MOS-BI utilizzato per l'amplificazione del segnale del fotodiodo esposimetrico.



Qui invece potete osservare la complessità costruttiva sotto la calotta superiore:


La grande ruota dentata in plastica aziona contemporaneamente il selettore dei tempi posto frontalmente tramite funi, le spazzole elettriche che selezionano la resistenza opportuna per la simulazione del diaframma nel mirino, e fanno ruotare tramite un sistema di funi e carrucole la cassa del galvanometro per adeguare la lettura dello stesso al tempo di scatto selezionato.
I contrassegni a pennarello sugli ingranaggi che controllano la rotazione della cassa esposimetro sono una soluzione dozzinale ma essenziale per evitare la perdita dei riferimenti, cosa che altrimenti comporta una laboriosissima rimessa a punto.
L'interrutore generale in basso a destra controlla contemporaneamente l'alimentazione della macchina, il blocco del pulsante di scatto,  l'arretramento della leva di carica pellicola, la messa in folle della trazione della pellicola.
Far assolvere ad un comando meccanico più funzioni contemporaneamente, comporta grande complessità progettuale; oggi invece si preferisce instupidire le persone tramite menù e programmi, mentre la macchina è un ridicolo ammasso di circuiti elettronici senza valore alcuno.

2) Esposimetro al silicio blu (una rarità nel 1973 quando quasi tutti ancora usavano il solfuro di cadmio) con sensibilità amplificata elettronicamente, e lettura semi integrata a prevalenza centrale, abbandonando quindi lo schema semispot usato per le macchine precedenti. Nel 1973 questo esposimetro era il più sofisticato sul mercato delle fotocamere a priorità di tempi.
Il fotodiodo era montato sul vertice del pentaprisma, appena sopra la finestrella del mirino, Qui lo potete vedere sulla basetta di vetronite insieme al mosfet Toshiba T8108:



Questo invece lo schema di lettura dell'esposimetro a preferenza centrale:




3) Otturatore Copal Square a scorrimento verticale a 3+3 lame metalliche (secondo la concezione moderna in uso ancora oggi), con funzionamento meccanico per tempi rapidi con congegni di orologeria a molla, ed elettronico (con controllo del rilascio tramite solenoide) per tempi da 1 a 30 secondi.
Questo tipo di otturatore non permetteva un controllo totalmente elettronico, quindi fu ideato un sistema misto: la leva di carica alza la prima tendina e fa salire la seconda;  alla pressione del pulsante di scatto si alza lo specchio e si abbassa la seconda tendina, l'otturatore quindi è aperto. Contemporaneamente il sistema di orologeria ingaggia l'ancora di un solenoide che trattiene in apertura la prima tendina. Inizia quindi il conteggio elettronico scandito dal led sulla calotta che lampeggia circa due volte al secondo.
Mezzo secondo prima del termine dell'esposizione, il solenoide viene rilasciato e trasferisce il controllo al meccanismo di orologeria che esegue l'ultimo mezzo secondo di esposizione, abbassando quindi la prima tendina e lo specchio.

Ecco una foto dell'otturatore e del complesso meccanismo ad orologeria di comando, regolato da un sistema di funi tramite la rotella di selezione dei tempi sulla calotta:


Tale meccanismo si occupa della regolazione di tutti i tempi meccanici tramite un sofisticato sistema di camme su più livelli collegate al selettore centrale azionato dalle funi, e dell'autoscatto. Sugli ultimi modelli furono modificate due ruotine dentate ora realizzate in nylon per evitare il blocco del meccanismo riscontrato su modelli precedenti, e modificato anche il braccio di leva dell'autoscatto per rendere l'azionamento della leva più morbido.

Qui potete vedere l'otturatore copal square montato sulla carcassa della macchina; in alto a sinistra si può osservare il solenoide di sgancio dell'otturatore:




4) Sensibilità da 12 a 3200asa, con risposta da -2EV sino a 18EV (a 100 ASA) ma da -4EV sino a 15EV (a 12 ASA) , decisamente molto esteso per quei tempi; questo permetteva, unitamente al meccanismo di sollevamento anticipato dello specchio di poter scattare foto notturne senza esposimetri supplementari.

5) Nel mirino appaiono entrambe le scale per i tempi e per i diaframmi:




La scala dei tempi, indicati tramite una forcella nel mirino, era azionata dalla rotella superiore ed accoppiata al galvanometro, che in base alla sensibilità selezionata indicava il diaframma corretto da usare. Tale diaframma veniva poi impostato automaticamente in fase di scatto se il selettore dell'obiettivo veniva posizionato su "A", mentre doveva essere regolato manualmente qualora si decidesse di usare la macchina senza priorità di diaframmi.
La scala dei diaframmi invece era mobile, collegata all'apertura massima dell'obiettivo tramite il consueto tastatore nel bocchettone, già usato sulla F-1.
Al centro dello schermo di messa a fuoco vi era una corona di microprismi; solo negli ultimi modelli fu aggiunto lo stigmometro con una corona di microprismi perimetrale.

6) Memorizzazione esposizione tramite un pulsante (da tenere premuto) per ricomporre e scattare nelle situazioni in cui forti contrasti o controluce potessero ingannare l'esposimetro. La Canon EF fu la terza fotocamera ad apparire sul mercato dotata di questa caratteristica, dopo la Nikkormat EL e la Chinon CE memotron.

7) Permetteva di scattare esposizioni multiple senza che il contapose aumentasse inutilmente, grazie ad un pulsante coassiale all'interruttore di alimentazione che, oltre a disinnestare il traino della pellicola, metteva in folle anche l'ingranaggio contapose. Fu anche scritta sul manuale una regoletta pratica per calcolare l'esposizione degli scatti successivi: moltiplicare la sensibilità ASA per il numero degli scatti (per es.: primo scatto a 100ASA, secondo a 200ASA e terzo a 300ASA).

8) Era la possibile caricare la pellicola usando la leva di carica per tre volte ma senza dover usare il pulsante di scatto. Infatti bastava armare la leva tre volte di seguito: a partire dalla prima posa utile, la N.1, si attivava il pulsante di scatto.
Questa importante innovazione non fu mai più adottata su nessun'altro corpo macchina FD.

9) A differenza di tutte le altre fotocamere FD quando si usa l'autoscatto lo specchio viene sollevato anticipatamente all'inizio del conteggio, prima dello scatto dell'otturatore, per minimizzare le vibrazioni.

Altre caratteristiche interessanti:

  • Pulsante di scatto servo assistito da un dispositivo meccanico a molla che lo rendeva morbido per eliminare il rischio di vibrazioni durante lo scatto; sistema già sperimentato su macchine di fascia bassa precedenti ed usato per la prima volta su una reflex serie F;  tale sistema fu realizzando precaricando la molla del braccetto di selezione del diaframma tramite la leva di carica pellicola e non tramite il pulsante di scatto come su altri modelli di fotocamera.
  • Predisposizione per l'automatismo CAT per il flash azionabile tramite selettore sul retro.
  • Il coperchio a scatto della presa PC assolveva la funzione di sezionatore dei contatti della slitta flash per prevenire l'uso simultaneo di due flash sulla stessa macchina il cui funzionamento nel sistema CAT non era stato previsto. Le lampade al magnesio venivano sincronizzate sul tempo 1/15 (o maggiore), mentre il lampo elettronico su 1/125.
  • L'interruttore di accensione della fotocamera, dove coassialmente era inserito il pulsante per le pose multiple, funzionava anche da blocco meccanico della leva di carica, facendola scattare in posizione di lavoro (15°) appena lo si commutava su ON. La stessa leva aveva una corsa corta, di soli 120°, anche se, a causa della costruzione dell'otturatore Copal Square, non permetteva la carica addizionale.
  • Durante l'uso dei tempi lenti, da 2" a 30", il led sulla calotta lampeggiava per indicare che l'esposizione è in corso.
  • Per la prima volta la rotella per la selezione dei tempi era sporgente rispetto al corpo in modo da facilitare l'operazione senza togliere l'occhio dal mirino. L'idea fu copiata dalla Leica M5 ed è la stessa concezione in uso ancora oggi.
  • Mirino molto ampio con il 93% di campo inquadrato, fattore di ingrandimento 0.82 (con obiettivo 50), e notevolmente luminoso, al pari di una F-1; è il mio mirino FD preferito. 

L'alimentazione era fornita tramite due consuete pile PX625 alloggiate sul fondello il cui livello di carica poteva essere controllato premendo un piccolo pulsante accanto al vano pile: se il led accanto al pentaprisma lampeggiava velocemente la carica era sufficiente, diversamente, in caso di un solo lampeggio o nessun segnale le pile erano da sostituire.
Con pile scariche la macchina era comunque utilizzabile, senza esposimetro, senza priorità di diaframmi, per tutti i tempi da 1/2" sino ad 1/1000".


Era presente inoltre un circuito di regolazione della tensione che permette di usare le attuali pile PX625 da 1.5V (invece di 1.35V) senza alterazioni della lettura esposimetrica.  Anche in questo caso la EF è l'unica fotocamera FD  che funziona con attuali pile PX625 senza dover ritarare l'esposimetro o dover usare le poco durevoli pile zinco-aria o costosi adattatori quali l'MR-9.


Ecco invece una foto del complesso box specchio:


Per molti aspetti quindi la EF fu una macchina estremamente raffinata, innovativa e sperimentale; vantava soluzioni intelligenti che non furono mai più utilizzate, nemmeno sulla successiva ammiraglia F-1 new (punti 3-7-8-9).

Le critiche che si possono muovere al progetto EF sono:
  • La leva dell'autoscatto, dall'azionamento duro (ammorbidito poi sugli ultimi modelli) e resa dipendente dalla pressione di uno scomodissimo pulsante.
  • L'impossibilità di vedere nel mirino il diaframma impostato sull'obiettivo durante l'uso manuale, cosa piuttosto antipatica, visto che l'esposimetro risulta disaccoppiato dalla effettiva apertura del diaframma e costringe a controllare l'apertura impostata per farla coincidere con la lettura indicata dal galvanometro.
    Se la EF fosse stata dotata anche di un collimatore, sarebbe stata una macchina perfetta.
  • L'anteprima della profondità di campo: per osservarla occorre portare la ghiera dell'obiettivo sul diaframma indicato dal galvanometro e poi azionare la leva di controllo, altrimenti, in modalità automatica, il diaframma resterà sempre alla minima apertura.
  • Non furono previsti motori, né accessori.
  • Pulsante di memorizzazione dell'esposizione in posizione scomoda, costringe ad usare l'indice sinistro per mantenere premuto il pulsante mentre si ricompone e si scatta.
  • Sistema per gli scatti multipli che costringe ad usare due mani, la destra per premere il pulsante e la sinistra per caricare.
  • Lo schermo di messa a fuoco non è sostituibile.

Tuttavia, nonostante questi difetti, la EF resta la fotocamera FD più facile da gestire perché ha i comandi in posizione ergonomica, anticipando di molti anni le fotocamere odierne.
La costruzione della EF è peraltro ammirevole. Le uniche parti in plastica sono la rotella che aziona il potenziometro dei tempi (deve essere di materiale isolante perché ad essa sono ancorate le spazzole del resistore variabile), e due ingranaggi planetari sotto la ruota per la selezione della sensibilità ASA che fanno ruotare la cassa del galvanometro (perché essendo di azionamento frequente, realizzati in nylon sono autolubrificanti, in ottone avrebbero richiesto frequente manutenzione).
Tutto il resto sono 750 grammi di componenti metallici.

Un altro punto di forza della EF è nell'uso del flash. Abbinandole lo Speedlite 133D (descritto nella sezione flash) il funzionamento risulta del tutto automatico: il diaframma suggerito dal galvanometro che sulla F-1old deve essere impostato tramite la ghiera dell'obiettivo, viene invece impostato automaticamente sulla EF. Per il 1973 era un gran passo avanti.
Sugli ultimi modelli prodotti il movimento del galvanometro sulla scala diaframmi quando il flash è in uso procede a passi di uno stop anziché in modo continuo, in modo da poter individuare il diaframma suggerito (ed impostato) con maggiore precisione; la cosa curiosa è che sugli anelli potenziometrici non vi è una resistenza variabile, ma una serie di resistenze discrete, quindi sulle prime versioni, per mostrare un movimento continuo del galvanometro avranno dovuto usare un circuito integratore.

Una nota: tutte le migliorie indicate come "sugli ultimi modelli" si riferiscono ai modelli prodotti approssimativamente con matricola successiva a 420.697; ho avuto infatti diversi modelli "base" con matricole 203.264, 245.749, 414.848 ed un modello migliorato con matricola 420.697 e datacode R-1977. La transizione quindi è avvenuta probabilmente tra 414.848 e 420.697, anche se mi è stato riferito che la matricola 379.783 con datacode Q-1976, ed anche la matricola 383.656 sono già dotate dello stigmometro, anche se tuttavia su molte fotocamere potrebbero essere state sotituite le calotte prelevandole da altre macchine funzionanti, favorendo quindi la confusione dei modelli.
Durante i quattro anni della produzione della EF, i modelli furono modificati 4 volte.
La prima modifica (seconda versione) introdusse un termistore sul circuito CAT per il controllo della temperatura, nelle modifiche successive furono ammodernati e semplificati i circuiti elettronici, diminuendo la confusione circuitale.

In questa foto potete osservare a sinistra l'ultima versione (la quarta) e a destra la versione precedente (la terza):


L'unica modifica meccanica furono i due ingranaggi del sistema ad orologeria realizzati in plastica di cui ho già parlato e che potete vedere in basso a sinistra nella quarta versione.

La quarta versione è la più affidabile, quella su cui non si guasta il circuito di controllo del led sulla calotta (che sulle altre versioni è quasi sempre guasto).
Questa foto è l'unico modo per identificare con certezza l'ultima versione prodotta, quella che raccomando di cercare in quanto già solo la presenza dello stigmometro è un fattore importante.
Potete osservare come nell'ultima versione vi sia meno confusione circuitale, meno componenti e meno fili elettrici.
Attenzione a non toccare i componenti elettronici saldati sui flat arancione, possono spezzarsi all'istante a causa dell'infragilimento delle materie plastiche dopo 40 anni di esercizio. Se dovesse capitarvi questo inconveniente non tentate assolutamente di risaldarli sul flat, ma seguite il circuito e saldateli su punti vicini allungando i reofori con spezzoni di filo isolato.

Il prezzo di vendita della EF rimase elevato in assoluto: nel 1974 una EF con obiettivo FD 50/1.8 costava 320.000 lire, quando la F-1 (senza obiettivi) ne costava 340.000 (ma tre anni prima all'esordio sul mercato italiano costava 250.000 lire).




Canon TX

(produzione 180.000 pezzi, dal 1975 al 1976)





Introdotta nel 1975 fu una versione economica della FTbN, limitata quindi nei tempi di scatto sino ad 1/500, con esposimetro semi-spot al 12%, leva dello stop-down senza dispositivo di blocco.
Quindi tutto sommato un modello poco interessante.

Tuttavia segnò un importante punto di svolta nella concezione dei modelli Canon: fu l'ultimo modello interamente meccanico degli anni 70, da questo momento in poi Canon cominciò ad utilizzare in modo massiccio l'elettronica, i fondelli e le calotte in plastica (pur cromata in galvanostegia), ingranaggi in plastica invece che in metallo, ed alleggerimento generalizzato dei modelli, con produzione altamente automatizzata, per limitare i costi di produzione ed aumentare i profitti.

Da questo momento in poi, con la nascita ufficiale della serie A, il pregio manifatturiero delle macchine Canon calò decisamente, con un'unica eccezione, la new F-1 del 1982, autentico capolavoro meccanico e canto del cigno della produzione di altissimo livello tecnico, di cui parlerò più avanti.





Canon AE-1

(produzione 5.730.000 pezzi, dal 1976 al 1984)





Fu introdotta nel 1976 ed è stata la prima macchina a controllo elettronico tramite microprocessore; infatti la sigla AE significa Automatica ed Elettronica.
L'elettronica della macchina fu curata in gran segreto (per motivi di marketing) da Texas Instruments.
Fu dotata quindi di otturatore elettromagnetico controllato da un pulsante morbidissimo (che non azionava più dispositivi meccanici, ma era un semplice pulsante elettrico). Ovviamente quindi il funzionamento senza batteria (6V, tipo mallory PX28) non era più possibile.
Con questa serie di macchine fu definitivamente abbandonato l'ottimo sistema di carica della pellicola QL, che non fu quindi mai più proposto (tranne che sulle macchine serie T, dove però era concepito diversamente).

Il mirino era di tipo classico, con stigmometro ad immagine spezzata e corona di microprismi, copriva il 93,5% del campo inquadrato e mostrava sul lato destro la scala dei diaframmi; per la prima volta i segnalatori di sovra/sottoesposizione erano costituiti da led, ed apparve sempre per la prima volta un led funzionale che indicava con una lettera "M" rossa l'attivazione del pulsante stop-down.
L'automatismo di cui era dotata era a priorità di tempi (con obiettivi FD e non FL) mentre l'esposimetro al silicio utilizzava uno schema a prevalenza centrale, con un pulsante per memorizzare l'esposizione.
Il campo di sensibilità utilizzabili andava da 25 a 3200asa, con intervallo da EV1 ad EV18, mentre la gamma dei tempi da 2 secondi a 1/1000 compresa la posa B.
Con la AE-1 fu abbandonato il sistema CAT per la gestione del flash, ed introdotto un nuovo sistema di gestione denominato "New Canon Auto Tuning" (CATS), ancora più perfezionato che richiedeva i modelli 155A e 199A.





Canon AT-1

(produzione 520.000 pezzi, dal 1976 al 1985)








Introdotta sempre nel 1976 era una versione semplificata della AE-1, dotata esclusivamente di funzionamento manuale, con esposimetro al solfuro di cadmio (e non al silicio), sensibilità ridotta da EV3 ad EV17, tempi di scatto da 2" sino ad 1/1000, e non era a controllo elettronico.






Canon A-1

(produzione 2.430.000 pezzi, dal 1978 al 1985)






Nel 1978 fu introdotta per la prima volta in tutto il mondo, una macchina superautomatica, la più complessa sino ad allora realizzata: la A-1.

Quella che vedete raffigurata in foto è dotata di impugnatura "sportiva", in pratica un elemento in plastica da fissare a vite sopra il vano batteria per facilitare l'impugnatura.

Su questa macchina era possibile utilizzare a piacimento:

  • Modalità manuale
  • Priorità di tempi
  • Priorità di diaframmi
  • Modalità programma (coppie predeterminate)
  • Modalità stop-down

Per la prima volta apparvero nel mirino informazioni numeriche circa i diaframmi ed i tempi impostati, tramite led luminosi rossi:






La A-1 tuttavia non era una macchina professionale; aveva otturatore in tela gommata, costruzione alleggerita, impiego massiccio di elementi in plastica, pentaprisma fisso, impossibilità di variare il sistema di lettura esposimetrico.

Era destinata al mercato dei fotoamatori, specie quelli fanatici di tecnologia e difatti ebbe un notevole successo commerciale.

Possiedo una A-1 ma sinceramente non mi entusiasma molto: è poco bilanciata perché pesa poco (623 grammi, contro gli 832 della F-1 old e gli 806 della F-1 new) non favorendo l'uso di teleobiettivi pesanti; i comandi non sono affatto intuitivi nonostante lo sforzo progettuale, che introdusse per la prima volta la rotella per l'azionamento dei diaframmi accanto al pulsante di scatto.

Inoltre, oggi, possiamo dire che non è una macchina ben riuscita: l'otturatore spesso manifesta malfunzionamenti dovuti al deterioramento dei magneti di rilascio delle tendine, senza contare che le guarnizioni in schiuma espansa si sciolgono, imbrattando i meccanismi interni e rendendo la macchina inutilizzabile.

Come potete vedere, l'otturatore della A-1 è di costruzione leggera, con uso di elementi in plastica, tra cui gli ingranaggi dei rulli di avvolgimento delle tendine:




Inoltre la maggior parte delle macchine della serie A soffre del cosiddetto "squeak" che è un rumore simile ad un miagolio che si manifesta a causa della cessata lubrificazione del gruppo specchio. Si può ovviare iniettando una o due gocce d'olio in un punto preciso della fotocamera tramite una siringa con ago molto fine, come potete vedere in questo video:




Sulla A-1 per la prima volta apparvero anche un autoscatto regolabile a 2 oppure 10 secondi, un selettore per l'impostazione degli automatismi tanto ingegnoso quanto spratico, cosi' come era spratica e destinata a rompersi la levetta in plastica per l'azionamento stop-down. Era dotata di memoria per l'esposizione, e di un pulsante per leggere l'esposizione senza usare il pulsante di scatto; tale soluzione fu adottata perché risultava scomodo leggere l'esposizione tramite il pulsante di scatto (rischiando anche di scattare la foto prima del tempo) e contemporaneamente manovrare la ghiera dei diaframmi; purtroppo però questo pulsante può essere facilmente confuso col pulsante della memoria (sono sovrapposti) causando il blocco dell'esposizione non voluto. Un'altra nota dolente della A-1 era il fabbisogno di energia: basta scordarsi la macchina accesa per mezza giornata per scaricare completamente la batteria. Chi usa oggi questa macchina deve portarsi appresso almeno una pila di scorta, visto che il funzionamento interamente elettronico impedisce l'uso della macchina senza alimentazione. Per questa macchina, pur amatoriale, furono previsti accessori più che per le altre macchine di fascia bassa: motori per lo scorrimento della pellicola (ma non per il riavvolgimento), schermi di messa a fuoco alternativi (da montare come si fa oggi, visto che il pentaprisma era fisso), dorso datario, ingranditore ribaltabile S, ecc. La scarsa affidabilità di questo modello, a mio avviso, la rende oggi più una macchina da collezionista che da utilizzare effettivamente per fare fotografie. Nelle intenzioni di Canon la A-1 avrebbe dovuto scalzare il predominio della F-1 interamente meccanica e troppo costosa da produrre visto che le nuove fotocamere della serie A erano prodotte da catene di montaggio interamente automatiche con un costo di produzione decisamente inferiore rispetto alle macchine meccaniche che richiedevano manodopera e messe a punto laboriose. Tuttavia questa intenzione fu disattesa dal pubblico e Canon dovette sostituire la F-1 con una nuova F-1.

 

Motori per il traino della pellicola


I modelli disponibili erano due, appositamente concepiti per la A-1.
Il modello più semplice è il Power Winder A, capace di 2 scatti al secondo ed alimentato da 4 pile a stilo oppure tramite accumulatore al nickel cadmio Battery Pack A:


Una successiva variante fu il Power winder A2 introdotto successivamente e dotato di selettore scatto singolo/raffica e connettore per scatto remoto:


In alternativa vi era il Motor Drive MA:


Un motore capace di 5 scatti al secondo, con gruppo di alimentazione sostituibile rapidamente e pensato, oltre che per l'uso delle pile a stilo, anche per accumulatori ricaricabili.
Inoltre era comandabile da remoto e dotato di pulsante di scatto verticale. 

Curiosità

 

Questo è un raro alimentatore a batteria esterno: External battery pack A
Si erano accorti del gran consumo di corrente, ma l'accessorio proposto costava veramente una fortuna; utilizzava due portapile già usati sui motori di trascinamento oppure gli accumulatori nickel cadmio.


Questa invece è una versione speciale per uso oftalmologico, la F-A:

Qui invece un altrettanto raro e costoso scafandro per fotografia subacquea, il Marine Capsule A:










 

 

Canon AV-1

(produzione 200.000 pezzi, dal 1979 al 1984)

 

Introdotta nel 1979, era una versione della AE-1 con programma per priorità di diaframmi invece che di tempi e priva altresì di funzionamento manuale.
Per il resto le caratteristiche sono pressoché equivalenti a quelle della AE-1. Fu l'ultima macchina prodotta nella decade del 1970.

 

 

Canon AE-1 Program

(produzione 4.000.000 pezzi, dal 1981 al 1984)

 



Introdotta nel 1981, fu l'evoluzione della AE-1, di cui erano stati venduti oltre 4 milioni di esemplari.
Seguendo la moda del momento, fu eliminato l'ago del galvanometro dal mirino, inserita la modalità "Program" (coppie equivalenti) prima assente, inserito il tasto per la memoria dell'esposizione, resi intercambiabili gli schermi di messa a fuoco, aggiunta l'impugnatura supplementare della A-1, utilizzato un otturatore completamente elettronico, ed inserito un avvisatore acustico per l'autoscatto, oltre la spia luminosa.

 

 

Canon AL-1

(produzione 200.000 pezzi, dal 1982 al 1985)

 




Introdotta nel 1982, quindi un anno dopo la nuova F-1, ma ne parlo ora per dare continuità logica alla serie A.
Fu l'ultima macchina prodotta della serie A, in quanto i modelli successivi furono la serie T, di concezione totalmente differente. Questo modello tuttavia aveva una particolarità: per la prima volta era presente un sistema di aiuto per la messa a fuoco:


Nel mirino, focheggiando manualmente, si accendevano dei led triangolari per indicare in quale direzione occorresse ruotare la ghiera dell'obiettivo; raggiunta la messa a fuoco corretta si accendeva un pallino verde, che è usato tuttora.
Vi ricordo che in quegli anni era iniziata la sperimentazione dei sistemi autofocus e Canon aveva già prodotto uno zoom FD con messa a fuoco automatica mediante telemetro incorporato nello stesso obiettivo, mentre per la T80 furono prodotti i primi obiettivi FD AC con motore interno di messa a fuoco ed elettronica nel corpo macchina. Quindi la AL-1 fu un tentativo di contrastare la concorrenza, che già incorporava sistemi di aiuto per la messa a fuoco. Tramite delle particolari incisioni nello specchio:


la luce passava, per via di uno specchio secondario, ad un sistema di prismi che scomponeva il fascio in tre porzioni, che inviate a tre sensori CCD effettuava un'analisi del contrasto, accendendo dei led nel mirino per suggerire la direzione in cui regolare il fuoco. Tale sistema venne denominato qF (quick focus). La AL-1 segno' la fine delle fotocamere in stile tradizionale, come lo si era visto dagli anni 50 in avanti. Le macchine successive della serie T, fecero da ponte al sistema produttivo e di design così come lo conosciamo oggi, in particolare la celeberrima T90. Ma il prossimo capitolo è dedicato alla regina del sistema FD: la new F-1 del 1981.

 

 

Il capolavoro della Canon.
La new F-1

(produzione 205.000 pezzi, dal 1981 al 1991)

 




La trattazione della new F-1 si trova su questa pagina.



Nascita della serie T

 

Gli anni 80 videro l'avvento di importanti cambiamenti. Canon, come tutti gli altri costruttori stava sperimentando i sistemi autofocus, ma sapeva bene che non avrebbe potuto introdurlo sul sistema FD. Sarebbe stato impossibile comandare il movimento del gruppo ottico di messa a fuoco senza accettare compromessi che avrebbero afflitto i futuri sviluppi del sistema: la meccanica nell'accoppiamento fotocamera-obiettivo andava eliminata. Così, mentre in sordina si preparava l'avvento del sistema EOS, furono introdotte sul mercato una serie di fotocamere di transizione completamente diverse da quelle sino ad allora prodotte. Il design spigoloso tipico di quegli anni (ad eccezione della T90), l'uso massiccio della plastica, l'introduzione di funzioni elettroniche per rendere la fotocamera il più possibile automatica erano le caratteristiche della nuova serie, denominata T.


La prima fu la T50, introdotta nel 1983:







Poi fu la volta della T70 nel 1984:









Entrambe macchine di fascia economica che sinceramente non vale la pena nemmeno di descrivere, se proprio vi dovessero appassionare troverete una descrizione sommaria su camera museum.


Nel 1985 fu introdotta la T80 che per la prima volta tramite contatti nel bocchettone permetteva l'uso di obiettivi autofocus.
Furono ideati solo 3 speciali obiettivi FD motorizzati, denominati "AC" e precisamente un 50mm, uno zoom 35-70, uno zoom 75-200.



Per curiosità ne ho smontato uno: un ammasso di plastica, compreso il nocciolo ottico mobile.
Vi rimando a questa pagina per una lettura in merito alla T80
Essa fu abbandonata dalla stessa canon che non sviluppò ulteriormente il parco obiettivi (visto che stavano già lavorando al sistema EOS)


Nel 1986 arrivò infine l'ammiraglia della serie T, la T90:





La cui trattazione è in questa pagina.



Nel 1990, tre anni dopo l'avvento del sistema EOS fu stranamente messa sul mercato l'ultima fotocamera FD, la T60 realizzata da Cosina per conto di Canon: